Le carte acquisite da Il Marforio ricostruiscono il progetto predisposto nel 2011 da Roma Capitale per affidare la gestione dei bagni al vicino chiosco. La convenzione non risulta firmata e nel 2012 il Comune ammetteva aperture limitate e frequenti chiusure.
OSTIA – Roma Capitale aveva preparato già nel 2011 una convenzione per garantire l’apertura e la gestione dei bagni pubblici della Pineta di Castel Fusano, situati vicino all’ingresso di viale Mediterraneo. Il progetto coinvolgeva il Dipartimento Tutela Ambientale, il Dipartimento Patrimonio e la concessionaria del chiosco bar limitrofo, ma dalle copie acquisite da Il Marforio non risulta che l’accordo sia mai stato firmato. Una successiva nota del 31 agosto 2012 attribuiva lo stallo al mancato riscontro del Patrimonio, mentre il Comune riconosceva aperture limitate, una gestione problematica e chiusure definite inspiegabili. Nel 2026 la struttura è ancora sbarrata.
I documenti retrodatano la vicenda ben prima del 2018 e correggono un punto importante: non è sostenibile affermare che questi bagni non siano mai stati utilizzati, perché le carte attestano un servizio, seppure discontinuo. Restano invece senza riscontro i circa 50 mila euro attribuiti ai lavori più recenti.
Ostia, cosa rivelano i documenti sui bagni di Castel Fusano
Il fascicolo comprende tre note amministrative protocollate, una segnalazione del 2012, una bozza di convenzione con prospetto economico e alcune istanze della concessionaria del vicino chiosco. Le comunicazioni firmate dagli uffici documentano la posizione dell’Amministrazione; le lettere della titolare rappresentano invece la versione di una parte interessata.
Le note ufficiali, datate 22 febbraio 2011, 11 maggio 2011 e 31 agosto 2012, provano che Roma Capitale conosceva le criticità e aveva valutato una soluzione. Manca però una convenzione sottoscritta o un provvedimento di affidamento definitivo.
Il materiale amplia quanto emerso nel sopralluogo del 19 agosto 2026 sui bagni chiusi della Pineta di Castel Fusano, ricostruendo il percorso che avrebbe dovuto garantire un servizio continuativo.
La convenzione del 2011 per aprire i bagni pubblici
Con la nota QL 12037 del 22 febbraio 2011, il Dipartimento Tutela Ambientale trasmise al Patrimonio una bozza di convenzione. Il bagno aveva avuto un contratto limitato a sabato, domenica e festivi; la gestione era stata problematica e l’impianto era rimasto chiuso troppe volte.
La concessionaria del chiosco vicino si era offerta di gestire i bagni in cambio dell’affrancazione del canone di concessione. Non era quindi un affidamento completamente gratuito: Roma Capitale avrebbe rinunciato al canone ricevendo apertura, custodia, pulizia e manutenzione.
La nota precisava che, trascorsi trenta giorni senza un riscontro, l’ufficio avrebbe proceduto alla stipula. Le carte successive mostrano però che quel passaggio non si concretizzò nei termini annunciati.
Orari, pulizia e contributo di 50 centesimi
La bozza delineava un servizio piuttosto articolato. I bagni avrebbero dovuto aprire dalle 10 alle 19 tra il 1° aprile e il 30 ottobre e dalle 10 alle 16 tra il 1° novembre e il 31 marzo. La concessionaria avrebbe potuto estendere gli orari con l’autorizzazione dell’Amministrazione e chiedere agli utenti un contributo di 50 centesimi a persona.
Gli obblighi comprendevano custodia, materiali igienici, pulizia, sanificazione e piccoli interventi di manutenzione. La durata ipotizzata era di tre anni.
Il giorno e il mese della stipula sono lasciati in bianco e gli spazi per le firme non contengono sottoscrizioni. Il documento prova l’esistenza del progetto, non la sua entrata in vigore.
Il mancato riscontro del Dipartimento Patrimonio
L’11 maggio 2011 il Dipartimento Ambiente tornò sulla questione con la nota QL 31786, indirizzata al direttore del Dipartimento Patrimonio. L’ufficio chiedeva la consegna del manufatto comunale adibito a chiosco, ritenuta necessaria per stipulare la convenzione con la concessionaria e affidarle la gestione dei bagni.
La comunicazione richiamava precedenti note e un incontro del 28 aprile. Esisteva quindi una procedura già avviata, che secondo l’ufficio avrebbe assicurato un risparmio e un servizio utile per la stagione estiva.
Più di un anno dopo, la nota QL 59167 del 31 agosto 2012 affermava che il Patrimonio non aveva fornito riscontro. Nel frattempo, l’apertura dipendeva dalla responsabile del bar. Una soluzione era stata predisposta, ma il coordinamento tra gli uffici non arrivò a un affidamento formalizzato.
Nel 2012 Roma ammise aperture limitate e chiusure frequenti
La risposta del 31 agosto 2012 nasceva dalla segnalazione di un cittadino, che lamentava l’accessibilità dei bagni soltanto nel fine settimana e suggeriva l’affidamento all’esercizio commerciale più vicino.
Roma Capitale rispose che l’Ufficio Bagni Pubblici disponeva di stanziamenti annuali sempre più ridotti. Precisò che la struttura di viale Mediterraneo non aveva mai avuto un contratto di apertura giornaliera, ma soltanto per sabato, domenica e festivi. Aggiunse che la gestione era stata sempre problematica e che l’impianto era rimasto «fin troppe volte inspiegabilmente chiuso».
I bagni, dunque, non risultano essere stati sempre chiusi o mai utilizzati: emerge un servizio limitato, incostante e spesso non garantito. Sul periodo successivo al 2018 servono ancora registri e provvedimenti specifici.
I 42 mila euro erano una stima, non una spesa accertata
La nota dell’11 maggio 2011 quantificava in circa 42 mila euro l’anno, IVA compresa, il costo per l’Amministrazione della gestione e conduzione, a fronte di un canone del chiosco di circa 12 mila euro. È una stima ufficiale, ma non dimostra che 42 mila euro siano stati pagati ogni anno né permette di attribuire automaticamente la somma ad AMA.
Il prospetto da 15.600 euro e gli importi non coincidenti
Al fascicolo è allegato anche un «disciplinare annuo» che valuta in 15.600 euro, pari a 1.300 euro al mese, il presidio e la gestione della struttura per 365 giorni. Ipotizzando venti utenti quotidiani e un contributo di 50 centesimi, il prospetto calcolava 3.650 euro di incassi e una spesa netta di 11.950 euro.
Anche i valori del canone non coincidono: la bozza indica 12.417,30 euro, il prospetto 11.663 euro e una successiva istanza 12.568,36 euro. Senza gli atti contabili non è possibile spiegare le differenze. Sono ipotesi economiche da non sommare né presentare come uscite già sostenute.
La versione della concessionaria e il nodo dei 365 giorni
Nelle istanze del 2013 e del periodo della Giunta Raggi, la concessionaria sosteneva di aver garantito a proprie spese apertura, pulizia e materiali di consumo, occupandosi quotidianamente del servizio per circa sei anni.
Questa versione deve essere riportata con attribuzione. In una delle lettere la titolare afferma che la nota comunale del 31 agosto 2012 avrebbe attestato l’apertura per 365 giorni l’anno. Il testo ufficiale acquisito, tuttavia, parla della sua disponibilità per l’apertura nei fine settimana e descrive quella continuativa in primavera ed estate come un risultato che la futura convenzione avrebbe potuto assicurare. Le due ricostruzioni non coincidono pienamente.
Le istanze riferiscono inoltre una gestione di AMA attraverso Multiservizi fino al 2010. Mancando contratto, liquidazioni e atto di cessazione, la circostanza resta da verificare.
La ristrutturazione indicata nel 2005 e il vuoto sul 2018
La concessionaria colloca una ristrutturazione intorno al 2005 e descrive servizi per persone con disabilità e bambini. Mancano però progetti, determine, fatture e collaudi: il dato resta parte della sua ricostruzione.
Nel sopralluogo del 2026, Giuseppe Conforzi, capogruppo di Fratelli d’Italia nel Municipio Roma X, ha invece parlato di bagni consegnati e ristrutturati nel 2018. Le informazioni raccolte indicavano un possibile investimento di 50 mila euro, ma nessun documento esaminato conferma la cifra o descrive quei lavori. Potrebbe trattarsi di un secondo intervento, da accertare con gli atti tecnici e contabili.
Il fascicolo non spiega quando siano state chiuse le tubature del vano tecnico esterno per impedire nuove occupazioni, chi detenga le chiavi e quale ufficio debba assumere la gestione.
Ostia, perché i bagni di Castel Fusano restano ancora chiusi
Il confronto con il presente rende il caso ancora più significativo. Nel video realizzato da Il Marforio il 17 settembre 2021 la struttura era chiusa e circondata da situazioni compatibili con bivacchi e sistemazioni di fortuna. Nel sopralluogo del 19 agosto 2026 gli insediamenti esterni non erano più visibili, ma gli accessi risultavano ancora sbarrati. Sulla porta era stato collocato un cartello artigianale per chiedere l’apertura del servizio.
La posizione ne rende evidente l’utilità: vicino all’ingresso, al chiosco e ai percorsi frequentati da famiglie, runner, ciclisti, anziani e gruppi sportivi. Le installazioni chimiche temporanee non offrono la stessa capacità e accessibilità di un edificio in muratura.
Le nuove carte dimostrano che il problema dei bagni pubblici di Castel Fusano non nasce nel 2018. Già nel 2011 Roma Capitale aveva riconosciuto le criticità, calcolato i costi e predisposto una possibile soluzione. Nel 2012 ammetteva che il servizio era limitato e frequentemente interrotto. Negli anni successivi la struttura è tornata a essere inutilizzabile.
Restano da acquisire la determinazione sui lavori indicati nel 2005, gli eventuali atti della ristrutturazione del 2018, i contratti della precedente gestione, i registri delle aperture e il provvedimento che ha portato alla chiusura attuale. Solo allora sarà possibile stabilire quanto sia stato realmente speso e valutare eventuali responsabilità contabili. Per ora resta un fatto difficilmente contestabile: a Ostia esiste un servizio pubblico progettato, discusso e più volte promesso, ma ancora sottratto ai cittadini che frequentano la Pineta di Castel Fusano.
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