Ex Colonia Vittorio Emanuele di Ostia dove sorgerà l’housing first, con riquadro del Campidoglio

Ostia non può diventare la Termini sul mare: PNRR, housing first e ritorno dell’idea di Ostia Comune

L’inaugurazione dell’housing first alla ex Colonia Vittorio Emanuele riapre il nodo politico sul futuro di Ostia. Mentre Roma Capitale investe sul rifacimento di piazze e spazi pubblici, sul litorale il PNRR viene percepito come strumento per concentrare emergenza sociale in un territorio già segnato da degrado, spiagge in difficoltà e servizi insufficienti. Da qui può riaprirsi una domanda politica: Ostia Comune torna a essere una prospettiva anche per l’entroterra del X Municipio?

Ostia, l’housing first alla Vittorio Emanuele e la domanda politica sul futuro del litorale

Il 9 giugno il sindaco Roberto Gualtieri arriverà a Ostia per inaugurare l’housing first all’interno della ex Colonia Vittorio Emanuele. Ventiquattro posti letto destinati a persone senza dimora, realizzati con fondi del PNRR, dentro uno degli immobili più simbolici e più delicati del litorale romano. Una struttura che, nella memoria urbana di Ostia, non è un semplice contenitore amministrativo, ma uno spazio carico di storia, contraddizioni, promesse mancate e tensioni sociali.

La domanda politica, però, non riguarda il dovere dell’accoglienza. Una città civile deve occuparsi delle fragilità, deve dare risposte alle persone senza dimora, deve costruire percorsi dignitosi per chi vive condizioni di emergenza abitativa. Il punto è un altro: perché Ostia viene sempre più percepita come il luogo dove Roma Capitale concentra la propria emergenza sociale, invece di essere trattata come il mare della Capitale, come una città turistica, produttiva, attrattiva, capace di generare lavoro, economia e qualità urbana?

Nel X Municipio questa sensazione sta diventando un dato politico. Non più soltanto un malumore da bar, non più soltanto una lamentela da social network, ma una frattura profonda tra ciò che il Campidoglio racconta e ciò che molti cittadini vedono ogni giorno. Da una parte c’è la narrazione della rigenerazione urbana, delle piazze riqualificate, degli investimenti sulla città che cambia. Dall’altra c’è Ostia, dove un territorio già appesantito da degrado, servizi insufficienti, spiagge in crisi e carenze strutturali vede arrivare fondi importanti soprattutto per rafforzare il sistema dell’accoglienza.

Il problema non è l’housing first in sé. Il problema è il messaggio politico che questa scelta produce dentro un contesto già esasperato. Perché quando un territorio chiede rilancio turistico, manutenzione, sicurezza, lavoro, accessibilità e dignità urbana, ma riceve come principale segnale istituzionale l’aumento dei posti letto per l’emergenza sociale, è inevitabile che una parte della cittadinanza inizi a domandarsi quale futuro Roma Capitale stia immaginando per il proprio litorale.

Il paradosso del PNRR: Roma rifà le piazze, Ostia rafforza l’accoglienza

Il nodo più delicato è proprio l’utilizzo dei fondi del PNRR. In molte zone di Roma, quegli investimenti vengono raccontati come occasione per rifare piazze, migliorare aree pedonali, riqualificare spazi pubblici e restituire decoro urbano. Sul litorale, invece, la percezione è diversa: a Ostia il PNRR sembra diventare soprattutto uno strumento per rafforzare l’accoglienza, aumentare i posti letto e rendere più funzionali gli spazi destinati alle persone in emergenza socio-abitativa.

La differenza non è solo amministrativa. È simbolica. Perché i fondi pubblici non sono mai neutri: raccontano una visione. Se nel centro di Roma l’investimento viene associato alla bellezza, alla fruizione, alla pedonalità, al turismo e alla riqualificazione, mentre a Ostia viene associato alla gestione dell’emergenza sociale, allora il territorio ha il diritto di chiedere conto di questa impostazione.

La domanda, dunque, è semplice e politicamente pesante: perché nel cuore della Capitale il PNRR diventa rigenerazione urbana, mentre a Ostia viene percepito come rafforzamento dell’accoglienza per la marginalità? Perché il mare di Roma non viene trattato come una risorsa strategica nazionale, ma come una periferia dove collocare funzioni sociali delicate? Perché un quadrante con enormi potenzialità turistiche, ambientali e produttive continua a essere letto principalmente attraverso la lente del disagio?

La ex Colonia Vittorio Emanuele, in questo senso, diventa il simbolo perfetto di una contraddizione. È un luogo che avrebbe potuto rappresentare un grande progetto culturale, universitario, turistico, sociale nel senso più alto del termine. Un presidio capace di dare identità, lavoro, formazione, servizi e nuova centralità urbana. Invece continua a essere associato a emergenza, marginalità, fragilità, degrado, occupazioni e cronache difficili. Non è una questione di umanità verso chi non ha una casa. È una questione di programmazione pubblica e di destino territoriale.

Un territorio turistico trattato come contenitore dell’emergenza sociale

Il punto è ancora più evidente se si guarda alle condizioni complessive del litorale. Ostia entra nell’estate forse più complessa della sua storia recente. Le spiagge vivono una fase difficile, molti stabilimenti storici sono chiusi o attraversano una stagione di incertezza, i lavoratori del comparto balneare pagano il prezzo di una transizione gestita con forti criticità, l’accessibilità resta insufficiente in vari tratti del lungomare, i servizi pubblici sono discontinui e il degrado urbano continua a segnare interi quadranti del territorio.

In questo contesto, l’immagine che arriva ai cittadini è paradossale. Ostia avrebbe bisogno di essere rilanciata come città di mare. Avrebbe bisogno di un piano serio sul turismo, di spiagge funzionanti, di percorsi accessibili per le persone con disabilità, di trasporti efficienti, di manutenzione ordinaria, di pulizia, di sicurezza, di investimenti capaci di richiamare sponsor, imprese, eventi, lavoro stagionale e nuove economie. Invece il territorio si ritrova ancora una volta al centro di scelte percepite come calate dall’alto e concentrate sulla gestione dell’emergenza.

Il Parco del Mare, che dovrebbe rappresentare la grande promessa del futuro, resta per molti cittadini un progetto sospeso tra suggestione e incognite. I Cancelli e Capocotta vengono raccontati come luoghi da valorizzare con videosorveglianza, illuminazione e interventi di miglioramento, ma continua a pesare l’incertezza sul destino dei chioschi e sulla reale capacità di costruire un modello equilibrato tra tutela ambientale, servizi, lavoro e fruizione del mare. Le strade restano pericolose, il verde urbano appare spesso trascurato, la raccolta dei rifiuti continua a mostrare criticità diffuse e molte aree del X Municipio sembrano vivere in una manutenzione sempre emergenziale, mai davvero programmata.

Dentro questo quadro, l’housing first alla Vittorio Emanuele non è un episodio isolato. È il segnale di una linea politica. Una linea che molti cittadini leggono così: Ostia deve farsi carico della fragilità, ma non riceve in cambio una strategia proporzionata di rilancio, sicurezza, turismo e sviluppo.

Spiagge, stabilimenti, lavoro e servizi: il litorale romano chiede un altro modello

Chi vive Ostia non chiede di cancellare il disagio sociale. Chiede di non essere schiacciato solo da quello. Chiede che l’assistenza alle persone fragili non diventi l’unica vocazione pubblica riconosciuta al territorio. Chiede che il mare di Roma non venga amministrato come una periferia qualunque, ma come una risorsa strategica per l’intera Capitale.

Il danno economico prodotto dalla crisi del comparto balneare rischia di essere pesante. La chiusura o la riduzione dell’attività di stabilimenti storici non colpisce soltanto gli imprenditori, ma anche lavoratori stagionali, famiglie, attività collegate, indotto turistico, ristorazione, commercio, servizi e immagine complessiva del litorale. Se a questo si aggiungono degrado, insicurezza percepita, spiagge non pienamente accessibili e servizi insufficienti, il risultato è una perdita progressiva di attrattività.

Ed è proprio qui che il confronto con Roma diventa politicamente esplosivo. Perché mentre altrove si parla di trasformazione urbana, bellezza, pedonalizzazioni e nuove piazze, a Ostia il dibattito pubblico sembra ruotare sempre attorno a emergenze da contenere. Il rischio è che il litorale venga percepito non come la vetrina marittima della Capitale, ma come il suo retrobottega sociale.

Ostia, Campidoglio lontano e Municipio debole: la frattura istituzionale nel X Municipio

Il problema, però, non è solo Gualtieri. Sarebbe troppo semplice ridurre tutto alla figura del sindaco. La questione è più profonda e riguarda il rapporto tra Roma Capitale e il X Municipio. Da anni Ostia vive una condizione ambigua: troppo grande per essere trattata come un quartiere, troppo debole istituzionalmente per decidere davvero il proprio futuro.

Il Municipio appare spesso disarmato davanti alle grandi scelte che riguardano il territorio. Il Campidoglio decide, programma, comunica, inaugura. Il X Municipio gestisce le ricadute politiche e sociali, ma raramente sembra avere la forza di orientare davvero la rotta. È una debolezza strutturale, non soltanto amministrativa. Perché quando un territorio non dispone degli strumenti adeguati per incidere sulle decisioni che ne determinano il futuro, prima o poi la domanda diventa inevitabile: il problema è la singola amministrazione o è l’assetto istituzionale dentro cui Ostia è costretta a muoversi?

Questa frattura si avverte soprattutto quando le scelte del Campidoglio vengono percepite come distanti dalla vita quotidiana dei cittadini. Chi vive a Ostia, Acilia, Dragona, Dragoncello, Casal Bernocchi, Infernetto, Ostia Antica o nell’entroterra del X Municipio non misura la qualità dell’amministrazione dalle conferenze stampa, ma dalle strade, dai cassonetti, dai parchi, dalle scuole, dai collegamenti, dai servizi sociali, dalle spiagge, dalla sicurezza e dalle opportunità di lavoro.

Se questi elementi non migliorano, il racconto istituzionale non basta più. Anzi, rischia di produrre l’effetto opposto: aumentare la distanza tra cittadini e amministrazione centrale.

Perché il sentimento autonomista può tornare anche nell’entroterra

È in questo spazio politico che può tornare il tema di Ostia Comune. Non come nostalgia di vecchie battaglie, non come slogan identitario buono per ogni stagione, ma come possibile risposta a una domanda concreta: Roma Capitale è ancora in grado di amministrare questo territorio con l’attenzione, la competenza e la continuità che merita?

La novità, rispetto al passato, è che il sentimento autonomista potrebbe non riguardare più soltanto Ostia e Ostia Antica, cioè le aree storicamente più sensibili alla separazione da Roma. Potrebbe iniziare a parlare anche all’entroterra del X Municipio, proprio a quei quartieri che in passato avevano guardato con maggiore freddezza all’ipotesi di autonomia. Acilia, Dragona, Dragoncello, Casal Bernocchi e le zone più interne del quadrante vivono problemi diversi dal lungomare, ma spesso condividono la stessa percezione: essere lontani dal centro decisionale, ricevere attenzione solo a intermittenza, vedere promesse che si accumulano e servizi che non cambiano.

Quando il disagio non riguarda più soltanto il mare, ma attraversa anche l’entroterra, l’autonomia smette di essere una bandiera esclusivamente lidense. Diventa una possibile domanda di rappresentanza territoriale. Non più soltanto “Ostia vuole separarsi da Roma”, ma “un intero quadrante della Capitale si chiede se Roma sia ancora capace di governarlo”.

Da Ostia ad Acilia, la domanda politica non è più solo identitaria

È questo il punto più interessante. L’idea di Ostia Comune, per tornare davvero centrale, non può limitarsi alla nostalgia del litorale autonomo. Deve parlare anche ad Acilia, all’entroterra, ai quartieri popolari, alle zone residenziali, ai territori che chiedono strade sicure, trasporti funzionanti, scuole curate, verde mantenuto, servizi efficienti e risposte rapide. Deve diventare una proposta amministrativa, non soltanto emotiva.

Il degrado, da solo, non costruisce un progetto politico. Ma può aprire una breccia. Può spingere cittadini finora scettici a chiedersi se l’attuale assetto funzioni davvero. Può far nascere una riflessione nuova anche dove in passato il referendum per l’autonomia non aveva trovato lo stesso consenso registrato sul litorale. E può trasformare la rabbia quotidiana in una domanda istituzionale più ampia.

Ostia Comune, da vecchia battaglia a possibile risposta politica

Le scelte politiche non sono irreversibili. Nessun territorio è condannato per sempre al degrado, alla marginalità o alla perdita di attrattività. Si può scegliere di rilanciare Ostia, di investire sul turismo, di riaprire una prospettiva produttiva, di rendere accessibili le spiagge, di rafforzare la sicurezza, di curare il verde, di migliorare i trasporti, di valorizzare il patrimonio pubblico e di restituire dignità al litorale romano. Ma si può anche scegliere, consapevolmente o meno, di continuare a usare Ostia come luogo di compensazione delle emergenze cittadine.

La contestazione politica a Gualtieri e al Campidoglio, se civile e democratica, non solo è legittima: è necessaria. Non per negare il diritto all’accoglienza delle persone fragili, ma per dire che un territorio non può essere definito soltanto dalle emergenze che ospita. Ostia non può diventare la Termini sul mare. Non può essere il luogo dove Roma concentra disagio, fragilità e problemi irrisolti, mentre altrove costruisce bellezza, decoro e rigenerazione.

Se Roma Capitale continuerà a trattare Ostia come una periferia da riempire di problemi e non come una città di mare da far crescere, il ritorno dell’idea di Ostia Comune non sarà una provocazione da campagna elettorale. Sarà la conseguenza politica di una frattura ormai evidente. E questa volta il vento autonomista potrebbe soffiare anche dove in passato aveva trovato più resistenza: nell’entroterra del X Municipio.

Perché quando un territorio non si sente ascoltato, prima chiede attenzione. Poi chiede rispetto. Alla fine, se nulla cambia, chiede di decidere da solo il proprio futuro.

 

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