Massimo Sebastiani per la mostra Mothers of Invention a Roma, dal giornalismo all’arte

Roma, Massimo Sebastiani dal giornalismo all’arte: «Vedere viene prima di parlare e scrivere»

Dopo una lunga carriera nel giornalismo, Massimo Sebastiani approda alla sua prima mostra personale. A Roma, con “Mothers of Invention”, il giornalista e artista esplora il rapporto tra percezione, immagine, digitale, filosofia e musica. Nell’intervista a Il Marforio racconta il passaggio dalle parole alle immagini e quella ricerca creativa rimasta per anni dietro le altre esperienze della sua vita.

ROMA – Per una lunga parte della sua vita professionale Massimo Sebastiani ha raccontato e interpretato la realtà attraverso le parole. Ora quella ricerca passa anche attraverso immagini, colori, forme e percezioni. Giornalista professionista, per molti anni all’ANSA, laureato in filosofia e con interessi che attraversano musica, cinema e storia dell’arte, Sebastiani presenta a Roma “Mothers of Invention”, la sua prima mostra personale.

L’esposizione, curata da Diana Daneluz, è ospitata dalla Strati d’Arte Gallery di via Sicilia 133–135 ed è aperta al pubblico dal 9 al 26 settembre 2026. Il vernissage è previsto martedì 15 settembre alle ore 18.30.

Le opere nascono in ambiente digitale ma, una volta realizzate, vengono fissate anche fisicamente attraverso stampe fotografiche su Poliplat. Nel percorso espositivo trovano spazio quattro serie — “Il volto misterioso”, “La città”, “Le stagioni” e “Differenza e Ripetizione” — oltre ad alcuni lavori fuori serie. Il titolo stesso della mostra rimanda tanto ai Mothers of Invention di Frank Zappa quanto al principio secondo cui la necessità è madre dell’invenzione.

Il Marforio ha intervistato Massimo Sebastiani per approfondire non soltanto la nascita della mostra, ma soprattutto il rapporto tra due linguaggi: quello del giornalista, chiamato a spiegare la realtà, e quello dell’artista, che può invece lasciarla aperta all’interpretazione.

Dal giornalismo alla prima mostra personale a Roma

Dopo una lunga esperienza nel giornalismo, soprattutto all’ANSA, quando ha sentito che la sua ricerca visiva poteva diventare qualcosa di più di un percorso personale, fino a tradursi in una prima mostra?

In realtà subito dopo aver abbandonato il lavoro alla ‘line’, che non lascia molto spazio ad altro. Avevo ripreso già a disegnare e dipingere in digitale ma avevo bisogno di essere mentalmente e fisicamente più libero. E quel momento finalmente è arrivato.

Nel testo curatoriale emerge una tensione molto interessante: il giornalista è chiamato a spiegare la realtà, mentre l’artista può sospenderla, moltiplicarla e lasciarla aperta. Si riconosce in questo passaggio? Che cosa le consente oggi l’immagine che la parola giornalistica non le consentiva più?

Sì, mi riconosco perfettamente. Diana, la curatrice, è stata molto brava a cogliere questo aspetto. Parola e immagine sono ovviamente due linguaggi diversi, ma la seconda, anche storicamente, viene prima. Vedere viene prima di parlare e scrivere: e l’arte, se vogliamo chiamarla così, consente una maggiore libertà di sguardo e di ‘traduzione’ di questo sguardo: in immagini, colori, linee.

Percezione e processo creativo

Le sue opere nascono interamente in ambiente digitale. Come prende forma, in concreto, il suo processo creativo? Parte da un’intuizione visiva, da un concetto, da un ritmo, da un colore o da una struttura mentale più precisa?

Le fonti del processo creativo sono le più diverse: per esempio questa mostra – e uno dei quadri che ne fanno parte – si chiama Mothers of Invention, il nome della formazione di Frank Zappa. La musica, di tutti i tipi, che ho sempre ascoltato e che ascolto, è una di queste fonti. Ma il punto fondamentale è la percezione, lo sguardo su qualunque tipo di realtà: mentre cammino per la strada, mentre navigo sul web, mentre fisso il mare ecc.

In un tempo in cui il digitale sembra coincidere con la riproducibilità infinita, lei sceglie invece di fissare i lavori in stampe fotografiche uniche su Poliplat. Perché ha sentito l’esigenza di trasformare il file in un oggetto fisico e irripetibile?

È stato un passaggio naturale per fissare la volatilità – che pure è un elemento affascinante – del digitale. Le opere digitali non sono mai state concepite per restare in un file o in una cartella di file dove nessuno, a cominciare da me, potesse poi vederle. Queste opere però, sempre modificabili fra l’altro, vivono a prescindere dalla loro trasposizione fisica. Il prossimo passo, comunque, sarà il ritorno alla realtà fisica del colore.

“Mothers of Invention” a Roma, Frank Zappa e l’idea di invenzione

Il titolo della mostra, ‘Mothers of Invention’, richiama da una parte Frank Zappa e dall’altra il proverbio ‘Necessity is the mother of invention’. Qual è il significato più profondo di questo doppio riferimento all’interno della sua ricerca?

Da giornalista mi infastidivano molto le risposte vaghe, ma ora sono costretto anch’io a darne qualcuna, credo: Zappa è un innovatore, fuori dagli schemi e piuttosto inimitabile; adorava l’ironia e lo sberleffo (basta pensare al brano intitolato in siciliano ‘Tengo na minchia tanta’…) ed è rimasto un maestro senza discepoli. Ha applicato alla perfezione il motto di Miles Davis ‘Non fare quello che c’è già, trova quello che non c’è’. L’ispirazione viene da tutte queste cose insieme. E a proposito di motti, quella frase, attribuita nell’800 inglese a Platone, era in origine un po’ diversa ma certamente si può applicare al modo in cui ho ripreso il pennello (digitale) in mano.

Lo scarto tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo

Nel percorso espositivo compaiono serie come ‘Il volto misterioso’, ‘La città’, ‘Le stagioni’ e ‘Differenza e Ripetizione’. Esiste un filo unitario che le tiene insieme oppure rappresentano momenti diversi della sua ricerca?

Se dovessi indicare un filo conduttore (ma perché, poi?) direi che è l’osservazione (prima ho detto la percezione) e lo scarto: tra ciò che vedo e ciò che immagino di vedere.

«La filosofia è tutto»

La serie ‘Differenza e Ripetizione’ rimanda in modo esplicito a Gilles Deleuze. Quanto la filosofia incide davvero sul suo metodo creativo? È un riferimento che accompagna l’opera fin dall’origine oppure diventa più chiaro dopo, nella lettura critica?

La filosofia, per quanto mi riguarda, non accompagna. La filosofia è tutto: dalla politica alle scienze della natura, tutto è stato creato dalla filosofia.

Nella sua biografia convivono giornalismo, filosofia, musica, cinema, scrittura e ora arte visiva. Quanto contano le contaminazioni tra linguaggi nel suo percorso? E quali hanno inciso di più nel suo immaginario artistico?

Bisognerebbe spendere parecchio tempo e parecchio spazio per discutere il senso del termine ‘contaminazione’. In realtà il mondo è (solo) contaminazione. Il puro – ammesso che significhi qualcosa – non esiste. Tanto meno nell’essere umano, che poi è quello che parla, fa arte, ascolta musica, cucina, discute, beve, si innamora, legge un libro, va in bagno o all’ufficio postale…

Uomo e macchina: «Andrebbe riconsiderato il concetto di autore»

Alcune opere sembrano nascere da un dialogo continuo tra intervento umano e generazione digitale. Come vive questo rapporto tra autore e macchina? Dove sente che finisca lo strumento e cominci davvero il gesto autoriale?

Anche qui: se è vero, come appunto dicono Deleuze e Guattari, che la filosofia è essenzialmente ‘creazione di concetti’, bisognerebbe forse rivedere e ricreare il concetto di autore. Come tutti i confini, anche quello tra uomo e macchina andrebbe riconsiderato.

La mostra di Roma, una nuova fase: «Ora si è liberata»

Questa prima personale segna per lei un punto di arrivo o piuttosto l’inizio di una nuova fase? E che effetto le fa, dopo una vita passata a raccontare il lavoro degli altri, essere oggi lei il soggetto di uno sguardo critico e giornalistico?

È certamente l’inizio di una nuova fase che però ha sempre vissuto, silenziosamente e discretamente, dietro/sotto alle altre: ora si è liberata e sta forse dispiegando, quale che sia, il suo potenziale. L’ultima domanda è la più insidiosa: ho una profonda e purtroppo tardiva comprensione per tutti quelli che ho bersagliato di domande e che erano costretti a rispondere con le parole, a ‘spiegarsi’, letteralmente a togliere la piega: ma se uno toglie la piega cosa resta al mistero?

 

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