A Roma, nel giorno dell’anniversario di Acca Larentia, due episodi di violenza politica riaccendono una ferita mai sanata: l’aggressione a militanti di Gioventù Nazionale e l’atto intimidatorio armato contro la CGIL di Primavalle. Un segnale preoccupante che interroga la memoria storica e il presente.
Roma, una giornata di tensione politica
Roma si è svegliata il 7 gennaio con due notizie che, lette insieme, raccontano molto più di singoli episodi di cronaca. Da un lato l’aggressione a quattro giovani di Gioventù Nazionale, avvenuta nella zona Tuscolana mentre affiggevano manifesti per la commemorazione di Acca Larentia. Dall’altro, il ritrovamento di cinque fori di proiettile sulla sede della CGIL di Primavalle, un atto intimidatorio grave, senza rivendicazioni, che ha spinto il sindacato a sporgere immediata denuncia.
Due fatti diversi, due contesti differenti, un’unica città: Roma. E soprattutto un’unica cornice temporale e simbolica, quella dell’anniversario di una delle pagine più oscure della storia repubblicana italiana.
L’aggressione ai militanti di Gioventù Nazionale
Secondo le ricostruzioni della Digos della Questura di Roma, i quattro giovani militanti sarebbero stati avvicinati da un gruppo di circa dieci persone incappucciate e aggrediti con spranghe e aste. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza sono ora al vaglio degli investigatori e un’informativa è stata trasmessa alla Procura.
L’episodio ha suscitato immediate reazioni politiche. Il deputato Fabio Roscani, presidente di Gioventù Nazionale, ha parlato di violenza barbara e annunciato un’interrogazione parlamentare, auspicando una condanna unanime di tutte le forze politiche.
Primavalle, i colpi contro la CGIL
Nella stessa mattinata, dall’altra parte di Roma, la scoperta inquietante nella sede della CGIL di Primavalle: cinque fori di proiettile, uno per ciascuna vetrata e serranda. Un atto intimidatorio mirato, che non ha colpito altri locali limitrofi e per il quale non risultano rivendicazioni.
La CGIL di Roma e Lazio ha definito l’accaduto un fatto di gravità assoluta, sottolineando come si inserisca in un clima di crescente tensione e delegittimazione. Anche in questo caso, indagini in corso e massima attenzione delle forze dell’ordine.
Roma e la memoria di Acca Larentia
Raccontare questi due episodi senza richiamare Acca Larentia significherebbe perdere il senso profondo di quanto accaduto. Il 7 gennaio 1978, davanti alla sede del MSI in via Acca Larentia, vennero uccisi Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni. Un anno dopo, nel 1979, morì Alberto Giaquinto, colpito durante gli scontri seguiti alle commemorazioni.
A distanza di quasi mezzo secolo, molti interrogativi restano senza risposta. Le responsabilità non sono mai state pienamente chiarite e quella ferita continua a riaprirsi ogni anno, trasformando la memoria in terreno di scontro anziché di riflessione.
Anni di piombo: giovani uccisi dalle ideologie
Gli anni di piombo hanno lasciato a Roma e all’Italia un’eredità pesantissima: ragazzi uccisi per le loro idee politiche, spesso poco più che ventenni.
Da una parte Sergio Ramelli e Mikis Mantakas, dall’altra Walter Rossi e Fausto Tinelli con Lorenzo Iannucci. Nomi che appartengono a schieramenti diversi, ma che condividono lo stesso destino: vite spezzate dall’odio politico.
Ricordarli oggi non significa equiparare storie o ideologie, ma ribadire un principio essenziale: nessuna idea giustifica la violenza.
Roma oggi: un campanello d’allarme
Gli episodi del 7 gennaio 2026 non sono automaticamente un ritorno agli anni di piombo. Ma sono un campanello d’allarme che Roma non può ignorare. La violenza politica, anche quando resta confinata a gesti intimidatori o aggressioni circoscritte, è sempre un fallimento collettivo.
Lo ha ricordato anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, sottolineando come quando il dissenso si trasforma in aggressione, la democrazia perde.
Il diritto di esprimere idee
Roma è una città che porta addosso il peso della sua storia. Ma proprio per questo ha il dovere di non ripetere gli errori del passato. Condannare la violenza politica di ogni colore non è un esercizio retorico, è una responsabilità civile.
Soprattutto oggi, quando a essere coinvolti sono giovani, ragazzi che dovrebbero poter manifestare le proprie idee – di destra, di sinistra, sindacali o civiche – senza temere aggressioni o intimidazioni. In passato, questo diritto è costato la vita a molti. Non può continuare a essere messo in discussione nel presente.
La memoria serve a questo: non a dividere, ma a impedire che Roma torni a essere il teatro di una violenza che la storia ha già condannato.


