Macerie politiche, coalizioni frantumate e falsi kingmaker

Roma – A poche ore dalla riconferma di Sergio Mattarella come Presidente della Repubblica Italiana, lo sguardo dell’osservatore volge inesorabile al desolante panorama delle macerie dell’attuale classe politica italiana.

Dopo cinque giorni, sette tentativi del tutto inconcludenti, scontri e trattative estenuanti tra i partiti, all’ottava chiama il Parlamento italiano lo ha confermato in modo quasi “plebiscitario” alla guida del Quirinale (con 759 voti diventa il secondo Presidente più votato di sempre dietro a Sandro Pertini).
La politica ha dunque scelto di non scegliere e deciso di non decidere, optando altresì per il rifugiarsi in una soluzione “di comodo”: chiedere al Presidente uscente di restare.


L’undicesimo Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in carica dal 2006 al 2015.
Fonte immagine: Quirinale.it / Wikimedia Commons (fotografia di Antonio Di Gennaro)

LA RICONFERMA DIVENTA PRASSI? – Uno scenario, quello della riconferma presidenziale, che nelle settimane antecedenti al voto era visto dagli analisti politici come ipotesi dalle scarse possibilità di successo (a fronte di prospettive più allettanti quali la nomina di Mario Draghi o di un candidato legato al centrodestra), ma che con il passare del tempo ha guadagnato sempre più terreno fino al suo concretizzarsi alle 20:19 di ieri sera, con il superamento del quorum di 505 preferenze (maggioranza assoluta del Parlamento) da parte di Mattarella.

In questo modo Mattarella, che presterà ufficialmente il suo secondo giuramento nella giornata di Giovedì prossimo, si unisce al suo predecessore Giorgio Napolitano (a sinistra, NdA) nel divenire il secondo Presidente della Repubblica ad essere rieletto per un nuovo mandato.
Il primo caso, visto fino a ieri come un unicuum del tutto straordinario e legato ad una situazione emergenziale, risale alle elezioni presidenziali del 2013 nelle quali l’allora presidente uscente Napolitano venne riconfermato dal Parlamento il 22 aprile di quell’anno dopo sei scrutini con 738 voti (la nomina lo portò alle “dimissioni tecniche” per poter prestare un nuovo giuramento il 24 aprile).

È da quasi un decennio oramai che il Paese si ritrova a vivere in una situazione di paradossale “novità” da questo punto di vista: ai sensi della Costituzione Italiana infatti, la rielezione del Presidente della Repubblica è possibile dal momento che non vi sono impedimenti o divieti netti a riguardo all’interno della Carta anche se va aggiunto come, fino al 2013, non si fosse mai verificato uno scenario del genere.
Con buona pace” dei parlamentari del Partito Democratico che il 2 dicembre scorso avevano depositato alla Camera un disegno di legge volto ad inserire in Costituzione lo stop alla rieleggibilità del Presidente della Repubblica e all’abrogazione del “semestre bianco”, “ignari” che lo stesso Partito avrebbe contribuito in modo decisivo alla rielezione di Mattarella.


LA “VITTORIA DI PIRRO” DEL CENTRO-SINISTRA – La riconferma di Mattarella ha visto il sostegno dell’area di centrosinistra, con il Partito Democratico di Enrico Letta in prima linea.

La fotografia pubblicata ieri dal Segretario del Partito Democratico Enrico Letta.
Fonte: Enrico Letta/Facebook

Un risultato “importante” (per l’area politica) raggiunto con sforzi di gran lunga minori rispetto a quelli profusi dagli avversari del centrodestra, che tuttavia non possono del tutto mascherare le problematiche interne ai partiti della maggioranza del governo Draghi nell’arco di queste ultime elezioni presidenziali.

Eppure, quelle stesse problematiche attorno alle divisioni nel PD attorno all’ipotesi di Mario Draghi al Quirinale o all’incapacità  (voluta o meno) di portare avanti un nome forte che prendesse il posto di Mattarella, sono state ugualmente mascherate e hanno permesso proprio al Segretario del Partito Democratico di poter concretamente – diversamente da tutti coloro che sono saliti sul carro dei “vincitori” – rivendicare il successo del Mattarella-bis.
A cosa si può ricondurre questo “successo”? Tre parole chiave: metodo, organizzazione e cultura (politica ma non solo), che rimangono i tre pilastri inossidabili per la Sinistra italiana, al netto delle profonde trasformazioni avvenute anche all’interno del mondo progressista.

Assieme a Letta, per motivi diametralmente differenti, si può includere anche Matteo Renzi, il quale ha avuto modo di fornire ulteriori argomentazioni a favore di chi lo identifica come reincarnazione dei principi politici espressi ne Il Principe di Niccolò Machiavelli.

Chi invece si ritrova a seguire ad ampia distanza è il Movimento 5 Stelle, che con queste elezioni presidenziali certifica la propria implosione interna nella profonda frattura venutasi a creare tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, che ha portato quest’ultimo a dichiarare apertamente ieri alla stampa la necessità di “aprire una fase di riflessione politica interna“. Una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti del leader del “nuovo” Movimento.


Fonte: Giorgia Meloni/Facebook

IL CENTRODESTRA NON ESISTE PIÙ – Da ieri si può senza dubbio alcuno rimarcare questo dato di fatto: la totale distruzione della “coalizione” di “centrodestra”, sempre che vi sia mai stato l’effettivo ricostituirsi di questa coalizione e sempre che sia mai stata legata al centrodestra. Su entrambi i punti i dubbi sorgono alquanto spontanei.

E se è vero che nella lettura di questa débâcle sono molto diversi i gradi di responsabilità all’interno delle tre anime che compongono (o meglio, componevano) il centrodestra italiano (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia), nessuna delle tre figure ne esce indenne.

Come si può sintetizzare l’operato della coalizione nel corso di questi giorni con altre tre parole? Tronfioarrogante e vanaglorioso.
La visione strategica portata avanti dal centrodestra, che con molte probabilità eredita la scarsissima organizzazione e pianificazione portata avanti nel corso delle ultime elezioni amministrative d’Ottobre (con i disastri annunciati a Roma e Milano) è stata deficitaria fin dai primi momenti: la scelta di puntare tutto sul nome dell’ultraottuagenario Silvio Berlusconi, costruendovi attorno un alone di vanesia compattezza, salvo poi “abbandonarlo” a sole quarantotto ore dall’inizio delle votazioni in Parlamento. Da aggiungere, in secondo luogo, la decisione di comporre “una rosa di nomi autorevoli e di spessore” da sostenere nel voto presidenziale, resa del tutto vana dai veti della compagine di sinistra, nel nome di un’alternanza dovuta dopo trent’anni di predominio della Sinistra.

Inoltre, l’intervento politico attraverso numerose conferenze stampa decisamente poco utili allo scopo.
Una serie di orrori comunicativi e strategici che hanno di gran lunga facilitato il lavoro del centrosinistra nel respingere “aprioristicamente” le candidature di Letizia Moratti, Marcello Pera, Carlo Nordio, Guido Crosetto, Maria Elisabetta Alberti Casellati (vittima sacrificale di una settantina di franchi tiratori in quota Forza Italia) e, da ultima, di Elisabetta Belloni (la scelta di una presidentessa donna che fosse persona autorevole, sostenuta e distrutta nel giro di una notte).

Chi esce con minori danni dal disastro è Giorgia Meloni che con il proprio partito ora ha aperto ufficialmente la crisi in un’area ridotta ad un cumulo di macerie: la scelta di mantenere una posizione netta e nel complesso coerente rispetto ai propri desiderata (no a Mattarella) ha portato i propri frutti e lo conferma il risultato, nell’ottavo scrutinio, della candidatura di Carlo Nordio alla presidenza della Repubblica. Il nome sostenuto da Fratelli d’Italia ha infatti raggiunto il secondo posto dietro a Mattarella con 90 preferenze, ottenendo così 26 voti in più rispetto all’intero gruppo di FdI tra deputati e grandi elettori.


MATTEO SALVINI, IL FALSO “KINGMAKER” – Infine, il disastro Matteo Salvini, vero e proprio sconfitto di questi cinque giorni e dell’esito della riconferma di Mattarella.
La vanagloria e l’arroganza del centrodestra oramai distrutto sono da attribuire maggiormente al “fu Capitano”, in modo ancor più grave rispetto alle ulteriormente gravi responsabilità in seno a Forza Italia e al suo atteggiamento doppiogiochista: ha cercato di auto-attribuirsi, con eccessiva spavalderia e falsa sicurezza, il ruolo di “kingmaker” della corsa al Quirinale e si è ridotto a mero portavoce per la candidatura di “Re Sergio II” con un colpo di mano da trasformista di prim’ordine.
Non ha minimamente compreso e colto la trappola tesagli dal centrosinistra nelle consultazioni e ha agito contro gli interessi della propria (presunta) coalizione.
Nel giorno del flop Casellati aveva votato con la Lega a sostegno di quella decisione presa con i propri “alleati”, aveva rilanciato l’idea di una donna al Quirinale, con tanto di conferenza stampa improvvisata, salvo poi bruciarla in una notte.
Nel suo pieno stile post-Papeete, ha cambiato otto idee consecutive in sei secondi e ha difeso l’indifendibile con una comunicazione che da oltre un anno e mezzo oramai ha perso del tutto la propria efficacia.

Non diventa più un semplice discorso di trasformazione politica né di nuovo collocamento in ambito nazionale ed europeo, Matteo Salvini non è più in grado di assumere un ruolo di prim’ordine nell’area di centrodestra e la crisi interna alla Lega ne è la dimostrazione netta.
“Forse” avrebbe dovuto prendere nota da chi (purtroppo) si è realmente mostrato come il fattore determinante per il buon esito del Mattarella-bis, in coabitazione con Letta e Renzi: Pierferdinando Casini, l’anello di congiunzione con tutta l’area centrista del Parlamento.
Ma sono lezioni durissime da digerire per chi è lontano dal saper riconoscere i propri limiti e i propri errori.
Soprattutto se vengono impartite da chi è stato allievo, testimone e giocatore di rilievo durante un’era politica che non c’è più.

L’aula di Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati.
Fonte: Ffeeddee/Wikimedia Commons

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